Un piccolo gesto che dice molto dei tuoi blocchi interiori.
Ti è mai successo? Ti trovi in una situazione affollata o comunque a contatto con altre
persone: magari sei in ascensore con un collega a cui non sai cosa dire. O aspetti il tuo
caffè al bar mentre qualcuno ti guarda, e non vuoi incrociare quegli occhi.
Allora tiri fuori il telefono. Sblocchi lo schermo.
Fai finta di controllare qualcosa. Magari apri anche la tastiera, digiti due lettere a caso,
giusto per sembrare impegnato.
Non stai davvero mandando un messaggio.
Stai cercando riparo.
In quel momento, il telefono diventa il tuo scudo invisibile contro il disagio sottile dell’essere
visti. O peggio: dell’essere giudicati.

Perché ci rifugiamo nello schermo?
Il gesto è automatico, ma ha radici nel tuo lato ombra.
Viviamo in una società che teme il silenzio sociale, lo spazio vuoto fra le persone.
Abbiamo imparato a temere il giudizio, anche solo di uno sguardo sfuggente.
Il telefono, in questi casi, è una coperta di Linus tecnologica.
Non serve tanto per comunicare, ma per “non essere scoperti” in una vulnerabilità.
Mostro di essere impegnato, così nessuno penserà che sono solo o a disagio.
Ma c’è una domanda più interessante: di chi è davvero lo sguardo che temiamo? Degli
altri o il nostro?
Lo sguardo che giudica è in realtà spesso dentro di noi.
Sovente, la paura di essere visti in momenti di silenzio o inattività non riguarda davvero gli
altri. È la nostra autocritica interna, sempre pronta a intervenire:
“Sembrerò goffo?”
“Penseranno che non ho amici?”
“Ho qualcosa che non va?”
“Si staranno chiedendo perché sono qui da solo?”
Per dirla con le illuminanti parole di Petrarca
…di fuor si legge com’io dentro avampi…
Questo giudice interiore alimenta l’ansia sociale, rendendo anche i momenti più neutri
carichi di tensione.
Eppure, la consapevolezza del momento che stai vivendo è già metà della soluzione.
Il prossimo passo non è giudicarti per averlo fatto. È osservarti con ottimismo, ma anche parlarne e cercare una soluzione.
Proviamo a fare un piccolo esercizio di autoconsapevolezza:
- Quando sentiamo la tentazione di prendere in mano il telefono, è il caso di fermarci un istante.
- Notiamo la sensazione nel corpo: potrebbe accadere, per esempio, che le spalle si contraggano leggermente…
- La domanda è: “Cosa sto cercando di evitare in questo momento?”
- E se facendo un respiro profondo, provassimo anche solo per qualche secondo a sostenere lo sguardo con quella persona?
Non si può affrontare subito ogni imbarazzo, bisogna fare un percorso. Riconoscere il problema è un primo, potente passo verso una relazione più serena con te stesso e con il mondo esterno.
Sciogliere il disagio sociale comprendendolo
C’è una regola non scritta nelle nostre giornate: non si guarda nessuno negli occhi per
più di pochi secondi. È una legge silenziosa della convivenza sociale, quasi un patto
implicito: ci proteggiamo a vicenda dall’intimità che uno sguardo prolungato inevitabilmente
crea.
Eppure, nelle antiche pratiche spirituali — come nella meditazione zen o nei riti sufi — lo
sguardo è una via di conoscenza profonda. Guardare davvero qualcuno negli occhi,
senza paura e senza maschere, è considerato un atto di verità radicale.
Anche la poesia lo ricorda: Rainer Maria Rilke scriveva, “L’amore consiste in questo, che
due solitudini si proteggono, si toccano, si salutano.”
Lo sguardo è proprio questo saluto delle solitudini, un incontro che supera la barriera
dell’apparenza.
Sfidare la regola del distogliere lo sguardo può essere quindi un ritorno all’autenticità, un modo per dire: “io ti vedo, e mi permetto di essere visto”.
La prossima volta che ti rifugerai dietro allo schermo del telefono, prova a
vederlo non come una colpa, ma come un piccolo segnale.
Un invito gentile a conoscere meglio quella parte di te che teme lo sguardo
degli altri.
Perché dietro ogni imbarazzo c’è il desiderio profondo di sentirsi accolti,
prima di tutto da se stessi.
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